Eva | To the Wonder

09 giugno_30 luglio 2018
Inaugurazione 22 dicembre 2017 ore 18:30

Il giorno sabato 09 giugno 2018 alle ore 18.30, Stefania Giacchino, direttrice della storica galleria palermitana Spazio Contemporaneo Agorà, in collaborazione con MESIME di Maria Letizia Cassata, presenta al pubblico la mostra dell’artista russa E V A dal titolo To the wonder. Il progetto espositivo, elaborato dall’artista assieme al curatore Gianluca Marziani, direttore artistico di Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto, si inserisce nel contesto in cui la Città di Palermo ospita la XII edizione di Manifesta e nell’anno in cui Palermo è Capitale della Cultura.

Una nuova proposta dal respiro internazionale per una galleria che sin dal 1989 opera sul territorio, orientando molti dei suoi progetti sul confronto tra maestri e giovani autori.
La personale palermitana è la prima di due importanti tappe espositive: i lavori di E V A saranno infatti presentati in Francia, al Festival delle Arti, dal 17 al 26 luglio, nello spazio espositivo del Castello del Marchese de Sade a Lacoste, con il patrocinio di Pierre Cardin che ha dimostrato un personale interesse per il suo lavoro. Di lei scrive: “Quella di Eva è un’arte simbolica nel contesto di un’interazione tra tradizione e rinnovamento nell’arte contemporanea. Appartenendo a un ambito d’avanguardia, percepisce il legame con le profonde radici della cultura ma anche il ruolo rinnovato della tradizione, organicamente connessa ad una continuità creativa di pura sperimentazione.”


TO THE WONDER
Gianluca Marziani

L’immagine contemporanea somiglia ad un corpo liquido in perenne trasformazione, un soggetto instabile senza una misura definitiva. La sua natura ricalca il progresso tecnologico, in particolare le molteplici soluzioni che la cultura digitale sta definendo dai lontani anni Ottanta, da quando l’elettronica divenne uno strumento popolare e polivalente. L’immagine attuale si adatta così ai diversi habitat iconografici, combina linguaggi eterogenei, attraversa definizioni e dissonanze, spostando il focus dalla prospettiva unica rinascimentale ad una moltiplicazione di fughe prospettiche. Gli stessi social-media indicano gli assetti aperti di un’immagine ormai telescopica, irradiante, fuggevole anche quando si fissa sulla superficie del quadro. L’icona contemporanea ribolle al proprio interno, ascolta gli stimoli esogeni e capta le zone campionabili; si contamina per sua natura e contamina ciò che trova lungo la strada, in maniera simile a ciò che fanno le cellule eucariote di origine umana e animale.

La visione di Yevgenia Vasilyeva si muove nella geografia liquida di un’immagine cellulare, germinativa per natura indotta, sorta di organismo primario che genera continue evoluzioni del codice sorgente (l’immagine iniziale). Accade sull’opera ciò che di solito avviene nelle strutture cellulari: movimenti, conseguenze, frammentazioni, spaccature, assorbimenti, mutazioni, una lunga serie di eventi iconografici per indicare la natura riproduttiva della singola immagine. Da quel codice sorgente l’artista inizia un processo plastico che agisce per via digitale, una meticolosa ripartizione degli schemi compositivi, un puzzle infinito che genera pezzi sempre nuovi ed espande i perimetri. Vasilyeva ha compreso il valore seminale dell’immagine, la sua attitudine instabile e virulenta, il senso di un’estetica stratificata, meticcia, così simile a quanto osserviamo in un microscopio da laboratorio o in un telescopio astronomico. Fateci caso, da alcuni anni si è verificata una curiosa assonanza tra chimica cellulare, materia astronomica e immagine artistica: tre casi in cui, sotto la traccia della superficie, avvengono azioni cicliche, sequenze dinamiche, reazioni a catena, glitch di sistema…

Yevgenia Vasilyeva usa la tecnologia con l’approccio metodico del pittore sperimentale. L’immagine di partenza (codice sorgente) viene lavorata con finezza sartoriale, tessuta e rigenerata da dissolvenze, saturazioni, ingrandimenti, close-up, astrazioni… Ne risulta un layer elettrico, ricco di glitch distopici, un microcosmo frattale che si moltiplica senza ripetersi. Video e fotografia sono correlati da un identico codice genetico con la natura dei frattali, un Genoma che gestisce forme similari dentro le meccaniche del labirinto neuronale. L’opera della Vasilyeva agisce dentro quel labirinto, sempre tra percezione ottica e interpretazione concettuale, sul limbo che fonde l’estetica e i suoi contenuti. Questi due piani convergono, in maniera liquida, nei codici semantici della tessitura elettronica, ricreando un habitat indipendente, un luogo che parte dal reale per codificare un Eden Elettronico.

OBIETTIVO PALERMO
Il progetto odierno nasce dai tre volumi pubblicati lo scorso anno: uno dedicato alla Fotografia, uno al Video, un terzo alla Scultura. Tre libri per altrettanti linguaggi che si intrecciano pur restando distinti, tre piattaforme autonome che incrociano le opere in un dialogo alla giusta distanza. Emergono legami assonanti tra i frame (video), le modifiche digitali dei frame (fotografia) e la spinta opposta verso la materia cruda (scultura). Legami del genere spiegano la natura telescopica dell’immagine odierna, la sua capacità di avere molteplici fuochi, perimetri aperti e orizzonti infiniti. Era giusto dividere i linguaggi per riunirli a distanza, in modo da rafforzare l’orchestrazione liquida di uno sguardo veggente. Per farlo serviva isolare ogni singolo risultato, sospenderlo nel bianco cartaceo, ipnotizzarlo dentro l’acquario grafico del libro, tuttora il miglior luogo di destinazione per la longevità di un’opera. Le immagini liquide del nostro tempo, non dimentichiamolo, chiedono massima cura, ovviamente non tutte ma solo le migliori, quelle che l’occhio critico identifica come punto d’equilibrio tra obiettivo e risultato. La cellulosa riassume il ruolo che avevano le biblioteche nei tempi antichi, uno spazio neutro di certificazione del valore, di memoria in azione, di detonatore filosofico. A confermare la necessità di un manufatto tangibile, ci sono le sculture dal sapore antropologico e dal cuore dadaista: forme in equilibrio precario, materiali di recupero, associazioni surreali, invenzioni di varia natura che aggiungono globuli rossi ai lavori digitali, quasi a segnare il check-point del mondo fisico, un passaggio d’obbligo nel sapore crudo delle cose vive.

LA SCELTA DELLE OPERE
La scrittura curatoriale deve sempre adeguarsi alla personalità e ai caratteri di un artista. In tal caso era necessaria una selezione assonante ma non didascalica, frutto di un equilibrio tematico che fosse il giusto montaggio sequenziale tra fotografie, video e sculture. La mostra che ho immaginato somiglia ad una sequenza filmica, ad un viaggio installativo che evidenzi la genealogia, le conseguenze, le alterazioni e le specificità di un puro ragionamento elettronico. Ne risulta qualcosa di sospeso e metafisico, un evento visivo che metabolizza pezzi di mondo e li rilascia sotto nuove sembianze. Rivedo nelle opere gli echi sperimentali di Maya Deren e Stan Brakhage, le tensioni futuriste dei fratelli Bragaglia, i codici onirici di Chris Marker… mi sovvengono loro ma non solo, tutti accomunati da un’idea pittorica del cinema, da una costruzione minuziosa delle inquadrature, da una narrazione che superi il vecchio naturalismo e capti flussi di verismo cerebrale. Le opere in mostra costruiscono azioni visionarie che seguono il ritmo della mente: si incasellano corpi femminili, paesaggi, volti e spazi astratti, secondo una sequenza basata sul pathos, sui sensi, sui passaggi atmosferici, sul legame ambientale, sulle ispirazioni, sulle conseguenze emotive…

Fotografia
La selezione verte sulla ricorrenza di un bianconero emozionale. Volevo seguire lo stimolo del titolo – TO THE WONDER – per attribuire un’epica narrativa al progetto, per amalgamare diversi spunti – ritratto, paesaggio, astrazioni – in una visuale omogenea dal climax coinvolgente. Il bianconero, regolato su molteplici variabili del grigio, era il modo migliore per legare la sequenza in un pathos filante. Da qui un titolo che racchiudesse lo stupore dello sguardo, la profondità di certe sensazioni emotive, la forza di una rivelazione possibile. L’immagine come magia alchemica, organismo instabile quanto la pura bellezza, membrana ricettiva che parla di armonie cosmiche, empatia, vertigini universali, ambizioni smisurate, utopie plausibili…

Video
I due video in mostra agiscono su climax opposti ma complementari: da una parte il corpo femminile, la presenza erotica e ammaliante che cattura l’energia ambientale; dall’altra una natura centrifuga che fa fluttuare le forme nello spazio monocromo. Due progetti in apparenza antitetici che attraversano le opere fotografiche come un filo rosso, una cucitura narrativa che apre lo spazio scenico della meraviglia e dello stupore.

Sono molti gli artisti di riferimento che potrei citare, anche se vorrei concentrarmi su due registi, Godfrey Reggio e Terrence Malick, che considero il miglior controcanto del progetto firmato Vasilyeva. Colgo in tutti e tre l’ambizione di evocare l’umanità dentro il caos dell’universo, la vita dei singoli che si incrocia con l’essenza metabolica della Geologia, dell’Astronomia, della Biologia, della Fisica, della Chimica… una gigantesca armonia dissonante che raccorda sangue e lava, ossigeno e vento, saliva e oceano, mani e meteoriti… una visuale laicamente cristiana, dove la cristianità incarna un valore di condivisione sociale, a prescindere dalla fede religiosa, uno sguardo d’elevazione che ragioni sul dono e sulla generosità come energia collettiva. Vedo un’artista che cerca lo spirituale nelle cose, dentro una sacralità con cui le azioni diventano sublimi. Il suo è uno sguardo ascetico nel caos del Pianeta, una camera silenziosa che sublima il rumore, il contrasto, le dissonanze e ne ricava una nuova possibilità iconica, un accordo di equilibri momentanei. Meravigliosi. Stupefacenti.

Le opere della Vasilyeva parlano di energia e rigenerazione, di sguardi battesimali e rinnovate speranze nel futuro. Sono geografie sensoriali e sensibili, magneti dinamici che rianimano l’immagine e ingaggiano una sfida estetica ormai necessaria. Chiedono al fruitore un passaggio in avanti, una nuova comprensione della realtà e dei mondi interiori. Sono un volano estetico per intraprendere viaggi straordinari. Sono chiavi d’accesso al paradiso perduto, ai fuochi fatui, alle chimere, alla Babele dei desideri, ai luoghi di libertà e amore. Sono opere che fanno levitare i pensieri, oltre la cortina del quotidiano, oltre la visione cruda del mondo. Sono un ruggito di Bellezza nella ricerca di un armonia perduta ma ancora possibile.

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